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Carla

Con L’orso tradotto da Sara Saorin e editato da Camelozampa, Raymond Briggs, riprende un tema a lui caro: il potere dell’immaginazione, la capacità dei bambini di prendersene cura e il dolore nel distaccarsene.

Una notte, un grosso orso polare si avvicina alla casa di Tilly, una bambina di approssimativamente cinque- sette anni, si arrampica ed entra dalla finestra nella camera della bambina.

Tilly ama gli orsi – ne ha uno di peluche – ed è ben contenta di ospitarlo. Orso è grosso e farlo accomodare sul letto non è un’impresa facile, per fortuna è morbido e caldo e la bambina si riaddormenta.

La mattina dopo felice comunica la notizia ai genitori, i quali danno per scontato che sia frutto dell’immaginazione della bambina. È proprio così?

Accogliere e prendersi cura di un orso non una è cosa facile e ci sono momenti di tensione soprattutto quando Orso fa i suoi bisogni in terra.

La mamma autorizza Tilly ad aumentare la quantità di latte che il lattaio porta ogni giorno per poter nutrire Orso, il padre ascolta con partecipazione i racconti di Tilly, nessun adulto pensa che siano sciocchezze.

Bella la figura dei genitori. Accolgono l’immaginazione di Tilly, senza bamboleggiare. Nessun adulto vede Orso e nessun adulto fa (scioccamente) finta di vederlo. Bello l’impianto narrativo con il quale Raymond Briggs usa illustrazioni a tutta pagina con l’orso occupa tutto lo spazio e quasi straborda, vignette regolari con balloon e vignette irregolari. Interessante è il rapporto tra l’immagine e il testo; le immagini, come negli altri picturebook di Raymond Briggs, sono fortemente narrative e basterebbero a raccontare, ma l’entusiasmo di Tilly è incontenibile, non riesce ad arginare l’ euforia che insorge in un fiume di parole che irrompono nell’immagine. Accanto. Sopra. Dentro.

Solo il sonno la ammutolisce e la tenerezza per l’orso contiene le sue parole nei balloon, come se la dolcezza le facesse abbassare la voce.

Una storia dolcissima di amicizia, complicità e di gioco, ma anche una storia che racconta la difficoltà del prendersi cura, la gioia dell’incontro e il dolore del distacco.

Raymond Briggs è un autore complesso e le sue storie non sono mai solo “immersioni nel fantastico”; è ironico, a volte persino sarcastico, e spesso malinconico.

In un’intervista a Radio Times nel 2011, dichiarò: Non ho degli happy endings. Realizzo ciò che mi sembra naturale ed inevitabile. Il pupazzo di neve si scioglie, i miei genitori sono morti, gli animali muoiono, i fiori muoiono. Succede per tutto. Non si tratta di una cosa particolarmente cupa. È un fatto della vita.

È vero, gli orsi vanno via, però ci hanno donato un incontro.

Raymond Briggs, L’orso, traduzione di Sara Saorin, Camelozampa, 2021.

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