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…su una ruota panoramica, a Vienna nel 1936.

Da dove iniziare per parlare di Il cielo era nostro di Liz Kessler?

Questo romanzo portato in Italia da Giunti con la traduzione di Giacomo Rabbi, racconta una storia nota. Nota non nel suo specifico, ma in genere.

Tre ragazzini amici per la pelle. Spensieratezza e sogni. Sono divisi dall’imminente guerra. Due di loro sono ebrei; la loro sorte sarà diversa da quella del terzo ragazzino, austriaco e con un padre che aderirà al nazismo fino diventare un pezzo grosso delle SS.

Quante storie abbiamo letto con una trama simile? Quanti film? E qui la grandezza di Liz  Kessler nel costruire tre personaggi complessi, articolati mai scontati, che seguiamo nel dipanarsi di dieci anni.

Perché nel nazismo e nella Shoah non c’è niente di semplice; pensare che sia stato razzismo è quanto mai banale e inutile. Il fenomeno è molto più complesso, e non dimenticare non è sufficiente.

Kessler raccontando la storia di Leo, Elsa e Max, ci narra l’Europa dell’epoca, dove è stato possibile l’inimmaginabile, compiuto da persone normalissime e la fa iniziare il giorno del compleanno di Leo. Un giorno che sembra perfetto con quella gita sulla Wiener Riesenrad, la ruota panoramica di Vienna, e quella foto che li vede sorridenti e amici.

E se seguiamo le sorti di Leo ed Elsa, entrambi ebrei, con apprensione, riconoscendo nei loro diversi destini, i destini di tanti e tante, conosciuti tra le pagine o nella vita, è il personaggio di Max che ci mette a disagio. La sua lenta e  progressiva adesione al nazismo, sebbene sia giovanissimo. Il suo trovare nelle parate, nel saluto a braccio teso e nel cameratismo esaltato, un posto in cui stare bene e la possibilità di dimostrare di valere.

Ci piacerebbe tanto cercare e trovare i motivi nell’educazione rigida del padre, è così consolante la pedagogia nera; Max è però un personaggio complesso che non ci permette di liquidarlo con la figura del nazista cattivo, e ci fa male. Ci fa urlare, ancora una volta, in questi decenni: come è stato possibile? Kessler ci lascia con questa domanda e un profondo senso di nausea perché non abbiamo una risposta. L’hanno cercate in tanti, anche tra coloro che sono usciti dai Campi, e forse non c’è una risposta urla Max nella sua tragica fine. E forse non è quello che serve sapere. Libro straordinario che si legge benissimo per la fluidità della scrittura e la precisione storica cha affascina. Duro.

Liz Kessler, Il cielo era nostro, traduzione di Giacomo Rabbi, Giunti, 2025

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