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Quale memoria?

Quale memoria?

Come ogni anno, subito dopo il periodo natalizio, verso la metà del mese di gennaio, librerie, blog, scuole, teatri (quando sono aperti), cominciano a riempirsi di libri e iniziative sulla Shoah.  È normale, direte, si avvicina la Giornata della Memoria (27 gennaio) e tutti noi sentiamo il dovere, soprattutto se educatori, scrittori e artisti di dare il nostro contributo affinché non si dimentichi.

Io invece, da anni, mi faccio domande e faccio domande;cerco strade diverse. Rifletto circa La Giornata della Memoria. Una riflessione che mi ha portata lontano, in zone ostiche e difficili, con l’obiettivo di stimolare nuovo pensiero e condividere un pezzo di strada da proporre ai ragazzi e ai bambini.

Come quasi tutti sanno, la Giornata della Memoria è stata designata dalla risoluzione 60/7 dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite nel 2005, con l’obiettivo di ricordare le vittime della Shoah.

La necessità di istituire delle giornate per ricordare è nata dalla volontà di tramandare la memoria con la speranza che certi fatti non si ripetano mai più.

Oggi, a distanza di sedici anni da quella risoluzione, credo sia arrivato il momento di riflettere come noi adulti proponiamo questa giornata e perché.

Un ragazzo nato nel 2005, e che oggi ha tra i 15 e i 16 anni, si è sentito propinare per almeno 11 anni sempre gli stessi temi spesso proposti nella stessa maniera: letture, film, qualche chiacchierata eteroguidata e dal tracciato obbligato.

La Giornata della Memoria è diventata, in molti casi, un dovere e le scuole di ogni grado fanno a gara a proporre iniziative e letture di ogni tipo, molto spesso senza alcuna base dietro. Ho visto proporre il Diario di Anne Frank a bambini di cinque anni.

Un tale sovraccarico d’informazioni, spesso tutte uguali, e di giornate passate a colorare stelle di David, rischia di sortire l’effetto contrario.

Ci si abitua. Si pensa che siano storielle. Oppure, come forma di difesa al sovraccarico d’informazioni mal veicolate, si pensa che non sia accaduto.  

È successo.  Sta succedendo.

Per questo motivo non ho mai realizzato articoli proponendo bibliografie sulla Giornata della Memoria.

Credo che sia fondamentale ancor prima di raccontare per l’ennesima volta ai bambini dei campi di concentramento, chiedersi cosa sia la memoria, come sono arrivate a noi le notizie e perché ci sono i negazionisti.

Evitare il discorso tacciandoli d’ignoranza è un grosso errore e quei bimbi, cui noi oggi facciamo leggere l’ennesima storia su la Shoah, domani incontreranno un negazionista che, forte delle sue teorie “storiche”, lo porterà dalla sua parte, perché l’ignoranza non è non sapere, ma sapere male.

Raccontare alle nuove generazioni la Shoah è necessario, ma non è detto che tale racconto debba avvenire tutti gli anni attraverso le stesse modalità.

Inoltre siamo sicuri che l’unico modo sia leggere l’ennesima storia? Se guardiamo all’editoria su questo argomento, a parte una decina di titoli da salvare, il resto è “minestra riscaldata”. È veramente difficile trovare un libro sulla Shoah (romanzo o albo) che non sia intriso di retorica e che non dica chiaramente al giovane lettore come deve pensarla su questa ferita dolorosa della storia d’Europa.  Ci sono i cattivi da una parte (i tedeschi) e le vittime.

 E, semplificando molto, potremmo dire che così è stato, ma i bambini hanno il diritto a un’analisi più profonda e, se sono troppo piccoli per quest’ultima, hanno il diritto a non ricevere informazioni banali e fuorvianti. Qualcuno si preoccupa di rispondere alla domanda “come sia stato possibile?” Qualcuno parla con i ragazzi dell’’antisemitismo oggi. Chi sono gli antisemiti oggi? Che cosa dicono? A quali teorie (pseudo)storiche si rifanno i negazionisti?  Come possiamo combatterli?

Sostenere che tutto ciò non c’entra con la Giornata della Memoria, perché nell’intenzione di chi la istituì, dovrebbe essere dedicata al racconto di che cosa è accaduto, è, oggi più che mai, sbagliato.

A distanza di anni credo che sia necessaria una riflessione. Se non proponiamo una visione critica, non facciamo memoria. E, poiché la generazione che nei Campi ci è stata, sta scomparendo, il rischio è grande.

Vogliamo veramente fare memoria? Prepariamoci adeguatamente. Se vogliamo essere testimoni, dobbiamo sapere.

Credo sia necessario che tutti gli adulti che lavorano con i bambini e i ragazzi leggano  questo imprescindibile saggio che aiuta a capire l’odio che l’Europa ha da secoli nei confronti del popolo ebraico, odio che ha preparato il terreno a ciò che è avvenuto:  Raul Hilberg, La distruzione degli ebrei in Europa, Einaudi , 2017 (il saggio è stato più volte editato perché lo storico e politologo austriaco lo ha approfondito, via ,via che la sua ricerca procedeva; questa è l’ultima edizione)

Comunque basta leggere Shakespeare “Il mercante di Venezia” per ritrovare tutti i pregiudizi e i luoghi comuni ancora oggi molto in voga, e Shakespeare lo scriveva tra il 1596 e il 1598!

Per approfondire e spiegare meglio il mio pensiero, riporto una polemica uscita su i giornali qualche giorno fa e che sicuramente esploderà nei prossimi giorni. Proprio oggi, 21 gennaio, esce per Castevecchi un libro dello storico Stefano Pivato scritto con il figlio Marco: L’ossessione della memoria. Bartali e il salvataggio degli ebrei: una storia inventata, Castelvecchi, 2021.

Pivato padre, qualche anno fa aveva già pubblicato un libro sulla figura di Gino Bartali (Sia lodato Bartali, Castelvecchi, 2018) in cui raccontava, citando fonti e testimonianze, ciò che molti di noi sanno cioè che, oltre a grande ciclista e campione, Ginettaccio (così era chiamato il campione di Ponte a Ema), è stato fondamentale per la salvezza di circa 800 ebrei che poterono fuggire perché Bartali nascose documenti falsi nei tubi della sua bicicletta (a tale proposito si può leggere con i ragazzi, Antonio Ferrara, La corsa giusta, Coccole Books, 2014).

Ebbene Stefano e Marco Pivato, oggi, dichiarano che tutto ciò non è vero, o meglio, che non fu Bartali a portare quei documenti.

La polemica si prefigura parecchio accesa, poiché Gino Bartali è stato dichiarato Giusto tra le Nazioni dallo Yad Yashem (Ente Nazionale per la memoria della Shoah) che certamente non fa le cose alla leggera e ha racconto testimonianze di intere famiglie salvate dal ciclista toscano. La famiglia Bartali ha già fatto un comunicato stampa.

Ringrazio la mia amica e compagna di banco per ben cinque anni Silvia Capata per la segnalazione di questo comunicato stampa

Stefano Pivato non è un giornalista che ha letto qualche libro e scrive di storia (ogni allusione è voluta!) ma è uno storico. È professore ordinario di storia contemporanea presso l’Università degli Studi di Urbino, direttore del Centro sammarinese di studi storici dell’Università degli studi di San Marino, fa parte del Comitato scientifico dell’Archivio dei Diari di Pieve Santo Stefano, del Comitato scientifico del Centro Interuniversitario per la storia delle università italiane e del Consiglio di Amministrazione dell’Istituto Nazionale Parri. In altre parole è uno studioso che si avvale di metodi scientifici per lo studio della storia.

Marco Pivato è un saggista e divulgatore scientifico impegnato nella verifica delle fonti e nella lotta alle fake news.

E allora? Cosa accade? Chi mente? E perché?  (ma soprattutto: qualcuno mente?)

 Il libro dei Pivato pone l’accento su una questione molto controversa che in realtà non è nuova nell’ambiente degli storici: che cos’è la memoria? Quanto possiamo fare affidamento su i racconti di chi c’era?  Argomento parecchio delicato e controverso, ma che non possiamo evitare se vogliamo essere formatori e fare Memoria.

Attenzione non sto  dicendo che Primo Levi si ricordasse male ciò che ha sofferto, ci mancherebbe!

Sto ponendo l’accento su cosa vuol dire fare ricerca storica e su cosa sia la storia.

 Se non ci facciamo queste domande e non analizziamo in profondità il problema, domani qualcuno potrebbe dire che poiché Le Goff  (che peraltro è ampiamente citato da Pivano) nel suo saggio Storia e memoria (traduttori vari, Einaudi, 1982) dopo un lungo e dettagliato excursus su come la memoria dei fatti sia tramandata e su cosa sia la memoria storica, afferma  “Spetta infatti ai professionisti scienziati della memoria, agli antropologi, agli storici, ai giornalisti, ai sociologi, fare della lotta per la democratizzazione della memoria sociale uno degli imperativi prioritari della loro oggettività scientifica” (traduzione di Cesare De Marchi), può sostenere che tutta la storia è falsa perché scritta dal Potere, facendo di ogni erba un fascio.

Che è ciò che, di fatto, sta avvenendo, anche tra i giovanissimi.

È arrivato il momento, a 76 anni dalla liberazione da parte dell’Armata Rossa del campo di concentramento di Auschwitz, di proporre alle nuove generazioni spunti di riflessione sulla storia e la memoria, su come si fa ricerca e che cosa sia la ricerca storica, affinché siano realmente testimoni di ciò che è stato. Diversamente l’ombra del negazionismo/revisionismo rischia di essere sempre più ampia.

In Italia a differenza che in alcuni Paesi Europei, come il Belgio, l’Austria e la Germania, il negazionismo non è reato (1).

Nel 2007, in Italia fu fatta una proposta di legge che prevedesse la reclusione per chi negasse la Shoah, ma la Società Italiana per lo Studio della Storia Contemporanea (2), con un comunicato firmato da molti accademici e storici appartenenti a molte delle università italiane, ha sottolineato come tale legge avrebbe <<offerto ai negazionisti, com’è già avvenuto, la possibilità di ergersi a difensori della libertà d’espressione >> (3).  Tra gli altri, Marcello Flores (4) e Carlo Ginzburg (5) si sono opposti al disegno di legge, sostenendo di essere <<preoccupati che si cerchi di affrontare e risolvere un problema culturale e sociale attraverso la minaccia della reclusione>>. E tra le ragioni della loro contrarietà c’è la convinzione che <<stabile una verità di Stato, rischia di delegittimare quella stessa verità>>.

E in realtà è proprio ciò che succede.

Nello stesso tempo è pur vero, come afferma Donatella De Cesare (6) che la libertà d’espressione, disgiunta dalla critica e dalla conoscenza, genera mostri. Donatella De Cesare pone l’accento su una questione spinosa dicendo che <<…è sbagliato il modo cui viene posta la questione della libertà di opinione>>. La filosofa e saggista ritiene che sia stato proprio il liberismo astratto a portare ad Auschwitz.

La questione è controversa. Le democrazie di tutto il mondo sono arrivate al punto di doversi chiedere che cosa è la democrazia e che cosa è la libertà. Se vogliamo lasciare in eredità ai nostri figli il Pensiero, alziamo l’asticella.

Non sarà un’operazione semplice e neanche indolore se pensiamo che ci sono insegnanti e professori universitari  negazionisti.

Personalmente credo che fare una legge che faccia del negazionismo un reato, sia sbagliata, perché non risolverebbe il problema e alimenterebbe il complottiamo.

La lotta al negazionismo e al revisionismo è una lotta difficile perché mette in crisi i nostri principi democratici. Quelli nati dalla nostra storia (e per nostra, intendo di noi europei).

La famosa e ormai consunta frase attribuita a Voltaire (ma pare, sia di Evelyn Beatrice Hall, una saggista che si firmava con lo pseudonimo di Stephen G. Tallentyre; tanto per continuare con il caos di ciò che è tramandato): Non sono d’accordo con quello che dici, ma difenderò fino alla morte il tuo diritto a dirlo”, nasconde un tranello grande come un bubbone.  Citata da molti “libertari”, oggi, all’indomani di Auschwitz  e di tutti i genocidi fatti in nome della libertà e di quelli fatti da gente democraticamente eletta e degli altri fatti in nome di qualche Dio, la frase (che peraltro andrebbe contestualizzata, ma vado oltre) mostra tutta la sua debolezza, se non addirittura la sua inconsistenza. A tale proposito cito un esempio cha faccio ai ragazzi, per provocare riflessione e pensiero: se una persona afferma che è giusto avere rapporti sessuali con i bambini perché, come dice Freud, anche i bambini hanno una loro sessualità (sic) e devono essere liberati dal giogo del perbenismo borghese (alcuni pedofili affermano questo), che fai? In nome della libertà scendi in piazza perché ci sia una legge che lo permetta?  Se non lo permetti, allora stai decidendo chi può essere libero e chi, no. Ovviamente sto provocando. Il punto è proprio questo: il famoso “buco nero della democrazia” di cui si parla è questo. E noi ci stiamo in mezzo.

E allora?

Non ho risposte.  Ho solo domande e dubbi.

Termino con una riflessione indispensabile e necessaria  : i dubbi dobbiamo averli noi adulti quando studiamo per portare la conoscenza ai ragazzi. A loro, noi dobbiamo insegnare a farsi domande e a controllare le notizie ma attenzione a non far passare atteggiamenti disfattisti e qualunquisti, perché questi, come diceva la mia Prof. di Lettere alle scuole superiori, conducono al peggiore dei fascismi (che è quello mascherato da libertà, ho capito in seguito).

NOTE:

  1. In Austria, in Belgio e in Germania è reato negare il genocidio degli Ebrei. In Israele, in Portogallo, in Francia e in Spagna è reato negare qualsiasi genocidio. In molti altri Paesi il negazionismo è punito come crimine d’odio. Da sottolineare che contro l’introduzione del reato di negazionismo si sono pronunciati molti intellettuali ebrei , ma altri sono di parere contrario. Questo, ancora una volta, per  mettere in evidenza quanto la questione sia controversa (e dolorosa).
  2. https://www.sissco.it/
  3. https://www.senato.it/application/xmanager/projects/leg17/attachments/documento_evento_procedura_commissione/files/000/001/129/RACCOLTA_MEMORIE.pdf
  4. Marcello Flores (1945), storico e studioso dei genocidi. Ha scritto sul genocidio degli armeni, sulle  violenze delle dittature e su i diritti umani.
  5. Carl Ginsburg (1939), storico, saggista e accademico. Note sono le sue ricerche nel campo della storia piccola, intendendo con tale termine la storia bassa, di chi non ha voce (Vedi, tra i tanti: Il formaggio e i vermi, Einaudi, 1976; Folklore, magia, religione, in Storia d’Italia, vol. 1, Einaudi, 1972)
  6. Donatella De Cesare (1956), studiosa, filosofa e saggista. Ha scritto saggi sulla storia delle persecuzioni degli ebrei e sulla responsabilità della filosofia verso lo sterminio. Ha scritto di violenza, e della condizione umana sottoposta alla violenza estrema.

Bibliografia e sitografia:

L’immagine di copertina è un ritratto di Maria Lai, eseguito da Valentina Meli.

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